Il “famigerato” accordo Italia-USA sulla ricerca climatica – parte 2: il WP10

Nota: secondo post di una serie. Prima parte qui.

Nel primo post della serie ho cercato di ricostruire la storia del cosiddetto “accordo Italia-USA sul clima” del 2001, dimostrando che si trattava in realtà di un impegno comune nella ricerca climatica per affrontare i futuri cambiamenti climatici (e senza impegnarsi troppo per mitigarli riducendo la dipendenza dai combustibili fossili).

In questo post prendiamo in esame il documento del 2002 “Allegato 4 – Piano di dettaglio dei lavori del Progetto: Cooperazione Italia-USA su Scienza e Tecnologia dei Cambiamenti Climatici” (che è l’infelice abbreviazione di qualcosa come “scienza dei cambiamenti climatici e tecnologie per la loro mitigazione”) in cui sono descritti i 15 “Workpackage“, cioè le ricerche specifiche lato italiano fatte rientrare nel progetto complessivo di cooperazione. Si trovano titoli “astrusi” (e quindi automaticamente minacciosi per qualcuno) come “regionalizzazione delle simulazioni climatiche” (WP4), “studi dell’aerosol” (WP6), “osservazione in situ di aerosol” (WP7), e infine (audite audite!) “esperimenti di manipolazione degli ecosistemi terrestri” (WP10). Una bella rassegna di tutti i Workpackage con una breve spiegazione del loro ruolo all’interno delle ricerche sul clima si trova qui, ma qui ci concentriamo sul WP10 perchè esemplifica al meglio i fraintendimenti grotteschi causati dal completo fraintendimento della terminologia scientifica e dalla generale ignoranza di molte aree di ricerca. “Manipolazione” ha un connotato negativo ma non è altro che l’esplicitazione del metodo scientifico basato su esperimenti controllati.

itausa_clima_wp10

Come vediamo dalla scheda relativa al WP10, l’ente di ricerca responsabile era l’IBAF del CNR, in cooperazione con l’IBIMET, sempre del CNR, e il Dipartimento DISAFRI dell’Università della Tuscia. I ricercatori responsabili, come descritto nell’elenco dei partecipanti al progetto in tabella a pagina 5 dell’Allegato 4, erano rispettivamente il Prof. Scarascia Mugnozza, Franco Miglietta e Riccardo Valentini. Se si va a cercare su Google Scholar la produzione scientifica di questi autori si capisce che sono specialisti nella valutazione degli scambi piante – ambiente, e in particolare i primi due, dalla fine degli anni ’90, hanno sviluppato un sistema originale per realizzare esperimenti di “Free Air CO2 Enrichment” (FACE). Cosa ci sarebbe di tanto misterioso in questa tecnica che è descritta in decine di pubblicazioni scientifiche? Si tratta di valutare in campo aperto il comportamento delle piante sottoposte ad arricchimento controllato della concentrazione di anidride carbonica (tramite un apposito sistema automatizzato di valvole e tubazioni), e capire cosa succede in queste condizioni è ovviamente importante nell’ambito degli impatti dei cambiamenti climatici in un’atmosfera sempre più ricca di CO2 a causa delle emissioni antropiche (siamo ormai a 400 ppm mentre la concentrazione in età preindustriale era di soli 275 ppm).

D’altra parte se si leggesse nella sua interezza il WP10, e non solo il titolo, le motivazioni di questi studi sarebbero ben chiare e in linea con quanto abbiamo appena spiegato:

Questo Workpackage ha come obiettivi:
1. lo sviluppo di nuovi sistemi per la realizzazione di esperimenti di manipolazione dell’ecosistema che permettano di esporre la vegetazione a condizioni ambientali simili a quelle attese in scenari di cambiamento globale;
2. lo studio, l’analisi e la comprensione dei principali meccanismi di risposta della vegetazione e degli ecosistemi mediterranei ai diversi fattori di cambiamento (temperatura, precipitazioni ed aumento della concentrazione di CO2 atmosferica);
3. la quantificazione degli effetti complessivi del cambiamento sulla produttività e sulla vulnerabilità degli ecosistemi (fertilizzazione da CO2, variazione della disponibilità idrica ed aumento di temperatura).

Questi obiettivi sono perseguiti tramite una precisa strategia sperimentale come descritto subito dopo:

In dettaglio le attività saranno:
1. l’esecuzione di attività di ricerca eco-fisiologica su diversi siti sperimentali italiani dove vengono modificate artificialmente le condizioni ambientali a cui è esposta la vegetazione
2. l’approfondimento e la migliore conoscenza dei meccanismi di risposta delle piante attraverso la misura diretta dello scambio gassoso in condizioni di pieno campo
3. la verifica in campo di ipotesi sviluppate nell’ambito di esperimenti di laboratorio
4. la progettazione di tecnologie per la manipolazione delle condizioni ambientali con particolare riferimento al controllo della temperatura e della concentrazione atmosferica di CO2

Di nuovo, “… vengono modificate artificialmente le condizioni ambientali” ha una connotazione negativa per un certo settore dell’opinione pubblica bombardata dal marketing del biologico, del naturale, e via discorrendo. La reale natura di tali esperimenti possiamo trovarla abbastanza facilmente, se si sa cercare con criterio, rilevando gli acronimi citati nell’elenco dei risultati da produrre nell’ambito del WP10:

Elementi da fornire: Implementazione e miglioramento dei siti di manipolazione sperimentali (CO2 POPFACE, Temperatura VULCAN, acqua MIND), parametri per l’implementazione di modelli ecofisiologici, data-base sulla risposta delle specie ed ecosistemi ai cambiamenti ambientali, nuove tecnologie per conduzione di esperimenti di manipolazione su ecosistemi a larga scala.

A proposito di acronimi, nel WP10 si fa riferimento anche al progetto CARBIUS (Carbon Regional Balance – Italy and USA Program), oggetto dei WP8 e WP9. Dovrebbe essere chiaro che una migliore stima del bilancio del carbonio è fondamentale per la “contabilità” delle emissioni climalteranti.

Partiamo dunque con CO2 POPFACE, acronimo di “Poplar Free Air CO2 Enrichment”. Si tratta dell’applicazione della tecnologia FACE (descritta sopra) per lo studio della risposta dei pioppi all’aumento della CO2. Se si prende uno dei tanti articoli disponibili in open access che descrivono l’installazione POPFACE, ad esempio questo oppure questo molto dettagliato cofirmato da Scarascia Mugnozza, Miglietta e collaboratori, si apprende che si tratta di un campo di pioppi di 9 ettari nei pressi di Tuscania (VT) con 6 installazioni ottagonali di ben (!) 350 metri quadri ciascuna. Vedi foto.

popface_layout euroface4

Sfruttando il sito sperimentale a Tuscania, gli stessi gruppi di ricerca hanno poi proposto e portato avanti un progetto simile finanziato nell’ambito del V Programma Quadro dell’UE dal 2003 al 2006, EUROFACE: “An integrated European scientific infrastructure for global change studies on forest and agroforest ecosystems utilising FACE technology”. La descrizione del progetto era la seguente:

A fundamental issue of the research on global change effects on the biosphere is the need of proper design of experiments at the ecosystem level. FACE technology has the merit of not altering the climate of the test area and allows research on impacts of global change to be conducted at ecosystem level, where the gained knowledge will be useful for elaborating mitigation strategies for climate change. EUROFACE will use an existing CO2 enrichment infrastructure (FACE technology) on forest tree stands. At EUROFACE an integrated research will be conducted at the trans-European level on the role of forest plantations to mitigate greenhouse gases in support of the Kyoto protocol and under conditions of climate change, with the aim of improving and making available to a larger scientific community a FACE infrastructure and to quantify-uptake and soil storage of carbon as affected by global climate change and management.

Il progetto EUROFACE ha dato luogo a una notevole quantità di pubblicazioni scientifiche rintracciabili ad esempio via Google Scholar. Inoltre un congruo numero di riassunti divulgativi dei risultati è disponibile alla pagina web del progetto su CORDIS.

VULCAN era invece l’acronimo di “Vulnerability assessment of shrubland ecosystems in europe under climatic changes”, un progetto di ricerca del 2001-2004 finanziato anch’esso dal V Programma Quadro dell’UE. La descrizione del progetto era la seguente:

European shrub land ecosystems are vulnerable to various environmental stress factors. Climate change will lead to higher nighttime temperature, more vigorous rainstorms and extended droughts which will likely have impacts on ecosystem functioning in European shrub lands. VULCAN investigates the these impacts by experimental manipulations of 6 shrub land ecosystems in Europe and studies of the effects of warming and drought on plant, soil, fauna and soil water processes. Temperature manipulations are done as nighttime warming and drought as 2-month summer drought. Based on the experimental results and existing knowledge on management impacts on shrub land ecosystems an expert system is developed to conduct vulnerability scenarios for shrub lands in order to evaluate and prioritise management actions. The results are further integrated with experiences from potential end users through an end user panel and management guidelines to counteract climate change effects on shrub lands are developed.

Ma ci si chiede: con quali tecniche si realizzano queste “manipolazioni” sperimentali della temperatura? Una breve descrizione si trova di nuovo sul sito europeo CORDIS. Si tratta di un campo sperimentale attrezzato con una particolare copertura in polietilene ad alta densità, rinforzato in alluminio, ritraibile ed estendibile con un sistema automatizzato guidato da sensori per la luce. Grazie a questo sistema le temperature notturne e l’umidità del suolo sono controllate sperimentalmente per aderire ai valori richiesti (quelli tipici delle variazioni climatiche con temperature notturne più elevate e condizioni più aride, insieme a quelle di controllo). E quale sarebbe l’estensione di tale campo sperimentale? Si tratta di 6 aree da “ben” 20 metri quadri ciascuna …

vulcan_site

Infine, MIND era l’acronimo di “Mediterranean terrestrial ecosystems and increasing drought: vulnerability assessment”, anch’esso un progetto di ricerca finanziato dal V Programma Quadro dell’UE nel periodo 2002-2005, coordinato dal CNR-IBIMET con Franco Miglietta. In questo caso la descrizione era la seguente:

The MIND project will address relevant questions concerning the vulnerability of terrestrial Mediterranean Ecosystems to changes in rainfall. The objectives of the project will be achieved by developing unprecedented large-scale manipulative experiments in four sites in Southern Europe (Italy, France, Spain and Portugal). Innovative tools will be used to assess the flows of carbon, water and energy to and from the terrestrial biosphere across the spectrum of time (two to three years) and space (Northern Mediterranean region). The definition of specific Vulnerability Indices and the preparation of a comprehensive Vulnerability Assessment will be the major deliverables of the project. Accordingly, the MIND project will become an unprecedented collaborative, multinational and interdisciplinary effort dealing with Mediterranean ecosystems, in the area of Global Change Research.

Mentre il focus di VULCAN era il controllo della temperatura, quello di MIND era il controllo dell’acqua piovana. L’apparato sperimentale progettato per gli esperimenti sul campo a Tolfa è descritto in dettaglio ad esempio nell’articolo del 2007 cofirmato, fra gli altri, da Miglietta e Valentini. Si tratta di due aree da un ettaro ciascuna attrezzate con un sistema di intercettazione della pioggia:

All’interno dell’area di studio, sono state identificate due parcelle sperimentali (DRY e WET) di ampie dimensioni (1 ha ciascuna; large plot) su cui è stato condotto l’esperimento di manipolazione della pioggia su larga scala attraverso la messa in opera di un sistema di intercettazione della precipitazione sottochioma costituito da dreni metallici coprenti il 20% della superficie del plot DRY e un sistema di irrigazione a goccia nel plot WET.

“Manipolazione della pioggia” è proprio la frase che, estrapolata dal contesto per malafede o per ignoranza, vogliono farsi dire gli sciachimisti. Chi gli può ancora dare credito sul “famigerato” WP10 dopo quanto ampiamente descritto?

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2 pensieri su “Il “famigerato” accordo Italia-USA sulla ricerca climatica – parte 2: il WP10

  1. Pingback: Il “famigerato” accordo Italia-USA sulla ricerca climatica – parte 1 | ZettaYotta

  2. Pingback: Alcune risposte al VVdCCdcdA Sig. Ermanno Giorgi (sciachimismo all’Aquila) | ZettaYotta

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